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Maratona: cosa succede al tuo corpo dai primi chilometri al traguardo

Non è solo resistenza: correre 42 km mette in moto ogni sistema del tuo corpo. Ecco cosa cambia, fase per fase, dall'inizio fino al crollo del glicogeno.
Superare la linea di partenza di una maratona significa avviare una trasformazione fisiologica che non si ferma fino al traguardo. Quarantadue virgola due chilometri in cui cuore, muscoli, cervello e sistema ormonale lavorano al limite, spesso in contrasto tra loro. Capire cosa accade davvero può fare la differenza nella preparazione, nella gestione del ritmo e nelle scelte di equipaggiamento.
I primi cinque chilometri sono pura adrenalina. La frequenza cardiaca sale di colpo, il sangue si riversa verso i muscoli attivi e il corpo attinge quasi esclusivamente al glicogeno muscolare, la fonte di energia più pronta. Il problema è che ci si sente benissimo: troppo. L'entusiasmo da partenza porta molti corridori a partire troppo forte, bruciando riserve preziose che serviranno molto più avanti. Gestire quel primo slancio è già un atto tattico.
Tra il sesto e il ventesimo chilometro arriva la fase di regime aerobico stabile. Respiro e battito trovano un loro ritmo, il lattato si stabilizza e il corpo entra in una sorta di stato di efficienza. È però qui che sudore e perdita di elettroliti cominciano ad accumularsi silenziosamente. Le riserve di glicogeno durano circa 90-120 minuti a ritmo maratona: chi non si rifornisce con gel energetici, bevande sportive o carboidrati nei punti di ristoro arriva all'ostacolo successivo con le batterie scariche.
Il tratto tra il ventunesimo e il trentacinquesimo chilometro è quello che ogni maratoneta teme: il muro. Quando il glicogeno si esaurisce, il corpo passa a bruciare grassi, un processo più lento e meno efficiente dal punto di vista energetico immediato. Lo sforzo percepito aumenta in modo sproporzionato anche se il ritmo non cambia molto. Il cervello, che monitora continuamente le risorse disponibili, inizia a generare segnali di allarme che si traducono in rallentamento mentale e fisico. Non è debolezza: è biologia.
Gli ultimi sette chilometri sono un territorio a sé. I muscoli sono infiammati, le fibre muscolari affaticate, le scorte quasi vuote. Eppure, quando il traguardo diventa visibile, il sistema nervoso rilascia endorfine e dopamina che riaccendono la spinta finale. Chi riesce ad arrivarci in piedi lo deve in gran parte alla preparazione dei mesi precedenti e alla gestione razionale delle fasi precedenti.
Dopo l'arrivo comincia la fase di recupero, spesso sottovalutata. Il corpo ha bisogno di ricostituire il glicogeno, reidratarsi, ridurre l'infiammazione muscolare e ripristinare il sonno. Movimento leggero nei giorni successivi, alimentazione ricca di carboidrati e proteine, idratazione costante: sono le basi di un recupero corretto dopo uno sforzo di questa portata.
Sul piano dell'equipaggiamento, la scarpa da gara resta la scelta più critica. Serve ammortizzazione generosa per assorbire le migliaia di impatti al suolo, un supporto adeguato alla falcata e una buona restituzione di energia. Secondo il brand, la schiuma NITRO è progettata per combinare leggerezza e risposta elastica, caratteristiche particolarmente utili nelle fasi finali della gara quando ogni grammo di fatica si accumula. I modelli FAST-R NITRO Elite 3 e Deviate NITRO Elite 4 sono indicati per atleti agonisti e includono una piastra in carbonio per incrementare la propulsione. Non meno importanti sono abbigliamento tecnico traspirante, calzini anti-vescica, protezione solare e la gestione dell'idratazione lungo il percorso.
Per il pubblico italiano, la maratona è una disciplina sempre più seguita: Roma, Milano e Venezia sono tra gli appuntamenti più partecipati d'Europa. Chi si sta preparando per una di queste gare autunnali o primaverili può trarre vantaggio da una comprensione più profonda di ciò che il corpo attraversa, non solo per correre più forte, ma per farlo in modo più consapevole e sicuro. La finestra di allenamento, la scelta delle scarpe e la strategia nutrizionale cambiano sensibilmente una volta che si ha chiaro il quadro fisiologico completo.
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